Solite speranze balcaniche
I successi locali, lì dove gli austro-ungarici ancora si ritirano, falsano la percezione italiana della sesta battaglia dell’Isonzo. I giornali annunciano di essere passati dalla guerra di trincea a quella di movimento. Non è vero, ci stiamo solo riposizionando, riprendiamo contatto con le nuove linee asburgiche. Il 15 agosto guadagniamo qualche trincea, respingiamo un paio di contrattacchi; tutta roba buona da pubblicizzare nei bollettini ufficiali, ma in realtà poco rilevante.
Vienna è data per spacciata. Magari. Sì, è mesa male, ma di sicuro non è morta. Non lo è neanche sul fronte orientale, dove l’offensiva russa ha più abbrivio della nostra.
Ci vorrebbe almeno un altro colpo da k.o. E molti guardano ancora una volta ai Balcani. Se solo gli eserciti di Sarrail riuscissero a marciare tanto a nord da minacciare il fianco asburgico…
E poi «un’offensiva vittoriosa del corpo di Salonicco può arrivare a recidere l’arteria vitale della guerra turca, la linea Sofia-Costantinopoli, da cui si rifornisce l’Impero ottomano». A quel punto Costantinopoli sarebbe fuori dai giochi. Le solite speranze di una pronta soluzione balcanica. Illusioni.
Davide Sartori
GLI AVVENIMENTI
Politica e società
- Il Re d’Inghilterra fa ritorno da una visita alle truppe.
Fronte orientale
- Altre truppe russe raggiungono lo Zolota Lypa a sud di Brzezany (Galizia) e anche Sołotwina (ovest di Stanislau).
Fronte italiano
- Gli italiani prendono altre trincee a est di Gorizia.
Fronte d’oltremare
- I britannici “ripuliscono” i monti Nguru; tedeschi spinti a sud e a est.
Operazioni navali
- Le truppe della Marina britannica occupano Bagarmoyo (costa orientale africana).
Parole d'epoca
La battaglia del 15 agosto 1916
di Gaspare Lenzi, militare, 3° reggimento artiglieria da montagna
La mattina del giorno 15 alle 6 cominciò il fuoco delle bombarde nostre. Gli austriaci rispondevano violentemente e noi avendo ordine di ritirarci ci portammo dietro la seconda linea. Nel ritirarci una bomba austriaca uccise due uomini della 39a Batt. e ne ferì parecchi.
Alle 7 ¼ ritornammo alle piazzuole ed aprimmo il fuoco sul saliente austriaco distante 40 o 50 metri da noi. Dopo 3 colpi la cannoniera del pezzo da 65 crollò; dopo altrettanti colpi anche la nostra pericolava. Il pezzo da 65 mise gli scudi, abbattè del tutto il parapetto della trincea ed uscì col pezzo allo scoperto. Io mi dovetti contentare di riparare alla meglio la mia.
Abbattere il parapetto mi era impossibile chè mi sarebbe crollato addosso il tetto su cui erano ben 700 sacchetti a terra. Sparai 25 colpi ma cadenzati ed ero sicuro del loro effetto ché facevo far fuoco quando il pezzo da 65 taceva per un istante, anzi posso dire che con due granate ho colpito la trincea poco sotto il tetto aprendo un bel varco.
Fui soddisfatto dopo, vedendo che la fanteria nostra sceglieva appunto quel tratto di trincea sconvolta per far l’attacco.
Alle 8 il colonnello Com.te il 152° R.to fu ferito e fu appunto questa, secondo me, la causa principale per cui non riuscì l’attacco. Restammo senza ordini e la fanteria non mosse all’attacco appena noi issammo il fuoco ma seguitava ad attendere dietro i lavori di approccio.
Noi in piedi sulla trincea li incitavamo ad uscire all’attacco, gli dimostravamo che la trincea austriaca era stata abbandonata; nessuno sparava a noi, nessuno avrebbe sparato a loro. Ma essi non si decidevano.
Finalmente cominciarono a slanciarsi i primi. Il momento era emozionante.
Noi - fuori dalla trincea, correndo in qua e in là per meglio osservare l’avanzata – li seguivamo con lo sguardo li accompagnavamo con l’animo: “Gli sparano! No, nessuno spara” Son sotto: “entrano nella trincea”; “Lì, eccone uno,…due,…tre.” Ah! Una fucilata, due, tre. I nostri cento “arditi” erano giunti sulla trincea austriaca e si era ingaggiata la lotta tra la prima linea austriaca occupata dai nostri e la seconda ancora tenuta dai loro. Si incominciarono a vedere i primi morti.
Si ringrazia il Gruppo L'Espresso e l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano
DAL FRONTE
Sul Carso, respinti nella notte violenti contrattacchi, le valorose truppe dell' 11° Corpo d' Armata assalirono ieri le linee nemiche ad ovest di S. Grado e di M. Pecinka. Espugnarono numerosi trinceramenti con la cattura di 1419 prigionieri, tra i quali 31 ufficiali.
Nella zona collinosa ad est di Gorizia, dopo lotta tenace, furono conquistati altri trinceramenti nemici, prendendovi 220 prigionieri, tra i quali 5 ufficiali.
Lungo la rimanente fronte il nemico tentò i consueti attacchi diversivi contro le nostre posizioni di M. Piana (Valle Rienz), P. Forame (Rio Felizon-Boite), Monte Colombara (altipiano di Asiago), Monte Cimone e Monte Seluggio (zona Astico-Posina), e sul Pasubio. Fu ovunque respinto con sensibili perdite.
Velivoli nemici nella passata notte lanciarono bombe su Monfalcone, Ronchi, San Canziano e Pieris. Non si ebbero vittime nè danni.
Firmato: CADORNA
PAROLE D'EPOCA
Legati alle mitragliatrici
di Giovanni Varricchio militare, 134° reggimento fanteria, brigata Benevento
L’artiglieria italiana che per ben sette ore aveva rivolto le sue bocche da fuoco su quelle posizioni sconvolgendole, a mezzogiorno allungò il tiro, ed allora noi muovemmo all’assalto, con alla testa il Comandante del reggimento: T. Colonnello Menna ed il Comandante la Brigata Benevento Maggiore generale Maggi. Superata quella salita le compagnie assalitrici catturarono i pochi austriaci superstiti, che, orribile a dirlo, la miglior parte mitraglieri, erano legati alle proprie armi per impedire che avessero abbandonato la linea. Le sezioni mitraglieri, che con le armi e altro materiale alle spalle, seguivano le compagnie d’assalto, quando potettero giungere su quel cocuzzolo, lo trovarono quasi deserto, poiché le truppe d’assalto nella foga della corsa avevano di già oltrepassata la linea nemica sconvolta e raggiunto una retrolinea, che il nemico aveva anche abbandonato ritirandosi in migliore posizione.
Io facevo parte della 3^ sezione mitraglieri e appena giunti sul margine di quel monte, ci fu ordinato di impostare l’arme, e già il servente di sinistra (certo Rainone, nativo di S. Giorgio la Montagna) aveva situato il treppiede ed io stavo incastrandovi la mitragliatrice, quando una granata nemica, proveniente da Monte Santo, scoppiò alla distanza di circa 5 metri da noi, ed una scheggia di quel proiettile mandò in frantumi il treppiede, ed il soldato Rainone rimase ferito al braccio a alla gamba destra, riportando anche uno squarcio profondo alle costole del lato destro.
L’arme che io tenevo in mano riportò guasti all’apertura di caricamento, ed io stesso ebbi una forte scossa. Ero rimasto quasi stordito e mentre contemplavo perplesso quell’incidente, un soldato che si trovava sdraiato un po’ sottostante, mi avvisò che dalla mia mano destra usciva del sangue. Nell’agitazione prodottasi da quel colpo, non mi ero accorto d’essere rimasto ferito, ma poi ne riferii al Tenente, il quale mi disse: “Giacchè sei ferito scappa al posto di medicazione”. Non sentii altro, e tra il fragore terrificante di fuoco d’ogni specie scappai.
Correvo all’impazzata, quando giunto alla sconvolta trincea che era stata degli austriaci, la scavalcai d’un salto trovandomi all’improvviso in un groviglio di reticolati abbattuti, e che prima della lotta proteggevano quella trincea nemica.
Si ringrazia il Gruppo L'Espresso e l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano






