Come fosse Risiko
I francesi pare vivano in un mondo tutto loro. La possibilità di un intervento giapponese in Russia li ha gasati. La fanno facile: in fondo cosa saranno mai oltre 6.000 chilometri in linea d’aria, affidandosi alla Transiberiana del 1918, attraverso un Paese in piena guerra civile e per giunta nemico solo tredici anni fa? E il meglio deve ancora arrivare, perché alcuni illustri analisti sono convinti che i popoli russi accetterebbero di buon grado un Governo instaurato dai giapponesi. Siamo finiti oltre il comico.
Tra i più entusiasti c’è Hervé, abbonato a certe sparate: «Noi siamo favorevoli a qualsiasi Governo, legale o illegale, fosse anche il diavolo, purché combatta contro i tedeschi. Chiunque in Russia vorrà rispettare gli impegni presi, rappresenterà ai nostri occhi il Paese e il suo onore». La perdita di lucidità si fa preoccupante. Davvero una bella pubblicità per i valori dell’Intesa.
Più analitico Bainville: «Se vogliamo l’intervento del Giappone, dobbiamo rinunciare a limitarne i vantaggi in nome dei nostri principi. Non dobbiamo annoiarlo con prediche sull’Imperialismo. […] I giapponesi non comprendono perché la guerra non debba ricompensare i vincitori».
Tra gli scettici c’è il britannico Manchester Guardian: «Se Tokyo decidesse di prendere il territorio russo nell’Estremo Oriente non sarebbe per fare un piacere ai francesi e aiutare gli Alleati, sarebbe perché da tempo desidera il possesso di quelle regioni. Ma se il Giappone si comportasse come la Germania, l’Intesa non potrebbe approvarlo senza perdere il diritto di proclamare i propri principi».
Il più scettico di tutti ha però un peso maggiore di qualsiasi giornale: è il Governo americano. Washington ha già comunicato le sue riserve. Per prima cosa non ne vede l’urgenza, né la necessità; secondo, non ritiene utile alienarsi le simpatie di ogni singola fazione russa; terzo, se mai si dovesse propendere per l’intervento giapponese, sarebbe meglio affiancargli qualche altra potenza e interpellare la Cina. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Gli Stati Uniti hanno troppi interessi per lasciare campo libero a Tokyo così a cuor leggero.
Tutte queste ipotesi le immaginano anche a Pietrogrado, ma il primo marzo i bolscevichi hanno altro da fare. Il Governo abbozza una inconsistente resistenza dell’ultimo minuto, fa circolare manifesti, chiama il proletariato a difendere la capitale dall’avanzata dei «briganti tedeschi» e invita tutti a inviare provviste per sostenere le forze rivoluzionarie.
Impegnati anche in Finlandia, i bolscevichi stringono accordi con i massimalisti locali, ma le sorti della guerra civile sembrano pendere verso le Guardie bianche.
Davide Sartori
GLI AVVENIMENTI
Politica e società
- Trattato di pace e amicizia firmato tra la Repubblica socialista dei lavoratori finlandese e la Repubblica federale sovietica russa.
- Da Londra si annuncia che il Soviet di Pietrogrado ha lanciato un proclama al proletariato per la difesa della capitale e invita tutte le provincie produttrici a inviare immediatamente a Pietrogrado e a Mosca pane e altre provviste.
- L’Ambasciatore italiano e il personale dell’Ambasciata partono da Pietrogrado.
Fronte occidentale
- Grande raid tedesco ad Haucourt (nord-ovest di Verdun) e Seicheprey (Lorena), quest’ultimo contro gli americani.
- I tedeschi ricatturano le trincee a sud-ovest di Butte de Mesnil, ma falliscono negli attacchi locali in Champagne e vicino Reims.
- I tedeschi iniziano l’evacuazione degli abitanti di Saint-Quentin.
Operazioni navali
- L’H.M.S. “Calgarien”, incrociatore mercantile armato, viene colpito da siluri e affondato a largo della costa irlandese: muoiono 21 ufficiali e 46 soldati.
DAL FRONTE ITALIANO
A cavallo del Brenta l’artiglieria nemica, mostrarsi nella mattinata di ieri più attiva, venne energicamente controbattuta dalle nostre batterie, che effettuarono anche ben riusciti concentramenti di fuoco su truppe avversarie in Val San Lorenzo (Monte Grappa) e a nord del Col della Berretta.
Sull’altipiano di Asiago pattuglie spintesi nella linea nemica fecero buon bottino di armi e munizioni. A nord di Ponte Piave un’autocolonna in movimento venne colpita in pieno da un nostro tiro.
Il giorno 27 batterie britanniche abbatterono un velivolo nemico, che precipitò in fiamme presso Nervesa.
Firmato: DIAZ





