Stessi luoghi
«Nella mancanza, o nella lentezza, delle reazioni tedesche bisogna vedere un sintomo della loro crisi di effettivi, altrimenti non si asterrebbero dai ritorni offensivi». Certe supposizioni sono un osso da lanciare all’opinione pubblica. Obbligatorio quando da settimane si legge di “progressi” verso gli stessi, identici, luoghi. Sempre i soliti. Il 18 agosto i britannici sulla Somme guadagnano qualche trincea verso Ginchy e Guillemont. I francesi respingono un contrattacco tedesco a Maurepas e pensano soprattutto a consolidare le posizioni. Consueto stallo a sud del fiume, con Péronne sempre a un tiro di schioppo, ma irraggiungibile.
Cambia poco anche a Verdun, dove la lotta resta concentrata a Thiaumont e Fleury, ormai tutta in mani francesi, eccezion fatta per un piccolo margine orientale.
L’afosa immobilità è fatta anche di «batuffoli di essenza nelle narici e in bocca, per proteggersi dall’odore dei morti insepolti». I soldati vivono nel putridume, ne sono impregnati, prigionieri dei propri sensi.
Copione identico sul fronte italiano. Il bollettino ufficiale di Cadorna recita: «Situazione immutata nella zona di Gorizia e sul Carso». In azione soprattutto le artiglierie.
Davide Sartori
GLI AVVENIMENTI
Fronte occidentale
- I britannici avanzano da Pozières e guadagnano terreno verso Ginchy e Guillemont.
- Violenti contrattacchi tedeschi a nord di Maurepas respinti dai francesi, che si spingono verso sud-est.
- I francesi prendono l’intera Fleury e fanno progressi a Thiaumont (Verdun).
Fronte meridionale
- I bulgari cominciano ad avanzare verso la Macedonia orientale e nella Grecia ancora neutrale, occupando numerosi forti ellenici.
Fronte d’oltremare
- Il Generale Northey occupa Lupembe (Africa orientale tedesca).
Parole d'epoca
Pallottole, granate e grappoli d'uva
di Oliviero Sandri militare, poi sottotenente, poi tenente
Carissima mamma,
Con questa lettera continuo la lettera interrotta bruscamente dal cominciare del bombardamento. Credo che non ne abbiate un'idea di che cosa vuol dire stare per circa sette ore sotto una cortina di fuoco (nostro però). Se avesti sentite le bombarde che sinfonia intonavano; i loro proiettili si vedevano volare per aria come tanti mosconi e poi scoppiare con di quei cinguettii che facevano franare persino le nostre trincee. E noi tutti allegri, perché ci si spianava la via, ce ne stavamo ben nascosti poiché ogni tanto qualche pezzo di una nostra granata arrivava sino a noi. A mezzogiorno in punto cessò il fuoco e noi ci disponemmo lungo il torrente Vertojbizza pronti a balzare fuori.
Malauguratamente tre granate (questa volta austriache) arrivarono proprio in pieno nella mia compagnia sul I° e II° plotone (io son del IV°) generando più confusione che danni agli uomini. Finalmente si udì il grido di «Savoia»!.
Allora non ho capito più niente: butta via mantellina e coperta, che avevo a tracolla, scalza i ripari della nostra trincea e fuori di corsa in mezzo ai vigneti.
Le pallottole vuoi di fucile vuoi di mitragliatrice (dio le maledica: le loro però) cominciarono a fioccare; ma ti giuro che in quei momenti non ci si bada più. Nei momenti però di sosta, cioè quando dopo un balzo ci si buttava a terra, non dimenticavo di allungare una mano su quei bei grappoloni d'uva bianca che sembravano messi apposta a disposizione dei combattenti.
Giunti sotto alla quota 95, una piccola collina boscosa tra il S. Marco ed il Vertojbizza, ci lanciammo all'assalto. Se avessi sentito che «Savoia»! ne fremo ancora al solo pensarci; credo di aver avuto l'aspetto più di bestia che d'uomo: la barba d'una decina di giorni, sporco in faccia che non ti so dire, con la giacca aperta per il caldo, i calzoni lacerati dal filo spinato dei reticolati (i quali erano stati demoliti dal bombardamento).
Di corsa giungemmo in cima al colle e qui cominciò la caccia per i camminamenti ai prigionieri (che erano ancora liberi cittadini però). Ed anch’io feci del mio meglio, per quanto non seguace di Nembrotte: essendomi unito ad una sezione mitragliatrici capitammo all'improvviso sopra una buca dove trovammo rannicchiati una trentina di facce proibite comandata da un ufficialino. La lotta fu breve poiché avevano già buttato via tutto da un pezzo e pacifici aspettavano la mano liberatrice...... che doveva farli prigionieri. In conclusione in pochi momenti si fecero circa un 150 prigionieri.
Sino a questo punto le nostre perdite erano zero, ma incominciarono le mitragliatrici piazzate su un monte di faccia, con il loro tac, tac a portarci i primi danni, e poi s'aggiunsero le artiglierie di effetto più morale che materiale. Tu penserai subito a montagne di cadaveri, a ecatombi; ma niente affatto: in tre ore di combattimento non avrò visto che cinque o sei morti nostri, e sì che il monte l'ho girato in lungo e in largo. Di feriti invece ce n’erano e di questi ne ho medicati tanti; tant'è vero che più di combattere mi sono prestato a fasciare, disinfettare ed in certe posizioni dove cadeva una gragnola da aprire proprio l'ombrello.
Eppure al vedere il dolore degli altri, di questi poveri disgraziati che non potevano porsi al riparo, non pensavo che forse potevo restarci anch'io. Finalmente trovai i miei ufficiali dentro un camminamento dove avevano radunati i soldati. M'incaricarono di andar a vedere cosa succedeva alle pendici del colle; di fatti portatomi su di un costone vidi dei fez rossi di bosniaci che venivano su incitandosi con degli «Urrah!» molto flebili in confronto ai nostri «Savoia»!
Allora corsi a portare la notizia e subito ci apprestammo alla bisogna, cosicché quando apparvero sulla cima furono accolti maluccio e sicuro che ci avran detto degli indelicati. Fu in questa occasione, mentre sparavo in piedi per vederci meglio che rimasi colpito al braccio. Però prima ebbi la soddisfazione di vederne ruzzolare giù quattro. Fui medicato da quel falegname di Rimini, del quale ti parlai quando venisti a Bozzolo, che piangeva per paura che mi avessero fatto troppo male.
Poi pian piano, strisciando per non farmi chiappare dai colpi di mitragliatrice che spazzavano i fianchi del colle, mi portai al posto di medicazione e di là a Gorizia dove fui imbarcato su di un camion, giungendo la sera a Buttrio. I primi giorni la mano rimase indolenzita, specialmente il dito medio che non muovevo più. Ora invece ho i movimenti della mano liberissimi, non quelli del braccio però. E così finisce la dolente istoria.
Sino a sabato probabilmente son qui, poiché il capitano mi ha detto che non mi medicherà più sino a quel giorno.
Questa lettera falla avere poi a Piero, ed alle bagnanti così mi risparmio la fatica di ripetermi. Alle bagnanti dì poi che si vergognino voler propormi anzi persuadermi all'imboscamento. E con questi sentimenti che vogliono educare i loro figli presenti e futuri?
Ed ora basta. Quando mi rispondi dimmi come va la fabbrica.
Baci carissimi a te, papà, Renato, Maria e cognati.
Oliviero
Si ringrazia il Gruppo L'Espresso e l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano
DAL FRONTE
Sulla fronte Tridentina l' avversario insistè in azioni diversive ed in intensi bombardamenti delle nostre posizioni.
Nella zona del Tonale la sera del 16 respingemmo un attacco contro le nostre ridotte a sud del Passo.
In Valle di Ledro la notte del 17 una irruzione nemica nei nostri trinceramenti sulle pendici di Monte Sperone fu prontamente ricacciata con violento contrattacco.
In Valle di Rio Freddo (Torrente Posina) fallì ieri un tentativo dell' avversario di sorprendere le nostre difese di Scatolari.
Sono segnalati bombardamenti delle artiglierie nemiche nelle Valli dell' Adige e del Posina e nella testata del Rio Costeana. Le nostre artiglierie tirarono ieri sulla stazione di Sillian, colspendo in pieno un treno in marcia.
Sull' alto e medio Isonzo azioni delle artiglierie.
Nella zona di Gorizia e sul Carso situazione immutata. Una nostra irruzione in Villanova (Nova Vas) sconvolse le difese nemiche e fece prigionieri.
Firmato: CADORNA





